Ultimatum di Cerroni a Cantone: “Senza via libera blocco Roma”

Il re dei rifiuti scrive alle autorità: pronto a fermare lo smaltimento

Un’immagine d’archivio (del 2011) della discarica di Malagrotta


Pubblicato il 12/08/2017
Ultima modifica il 12/08/2017 alle ore 07:16

All’intimazione di Raffaele Cantone a rinunciare a pretese illegittime e a mettersi al servizio degli interessi di Roma, il «re dei monnezzari» Manlio Cerroni risponde con la tecnica più congeniale: il rilancio a sorpresa, in pieno agosto. Con due lettere recapitate alle massime cariche statali, regionali e cittadine, ma il cui bersaglio è chiaramente il presidente dell’Autorità Anticorruzione che ne ostacola i piani come mai nessuno prima, ribalta e azzera mesi di trattativa, scaricando sulle istituzioni un contro-ultimatum. La pistola (carica) sul tavolo è la possibilità, attraverso il blocco dei suoi impianti, di mandare Roma in emergenza come e più di un anno fa. 

 

Le lettere del Consorzio Colari, l’azienda di Cerroni, hanno per oggetto «il Contratto TMB», ovvero i due impianti di trattamento meccanico biologico situati nella zona di Malagrotta (la stessa della mega discarica chiusa da Ignazio Marino nel 2013). Ogni giorno l’azienda comunale dei rifiuti (Ama) porta in quei capannoni fino a 1200 tonnellate di rifiuti indifferenziati sui 3000 raccolti nella capitale. Il resto va nei due impianti analoghi di proprietà pubblica (Salario e Rocca Cencia) e in inceneritori in altre regioni e all’estero. Dunque se trova chiuse le porte degli impianti di Cerroni, l’azienda comunale non è in grado di togliere i rifiuti dalle strade. 

 

Cerroni vorrebbe consolidare questa posizione monopolistica con un lungo contratto, almeno cinque anni se non dieci. Chiede anche più soldi e garanzie sulle quantità di rifiuti da trattare. Mette sul piatto vecchi contenziosi da centinaia di milioni. Ma da aprile non può negoziare direttamente con la pubblica amministrazione, in quanto interdetto per mafia con sentenza definitiva del Consiglio di Stato. 

 

Per farlo al posto suo, viene nominato dal prefetto Paola Basilone (d’accordo con Cantone) un commissario. Il prescelto è Luigi Palumbo, commercialista, affiancato da un consulente di una primaria società di revisione contabile e finanziaria. La trattativa langue e due settimane fa Cantone scopre il gioco. In una gelida riunione, stoppa le pretese di Cerroni ammettendo solo la possibilità di un contratto-ponte di un anno per dare il tempo ad Ama di bandire una gara d’appalto per la gestione di quei rifiuti, che valgono circa 60 milioni l’anno. Sembra fatta, tanto che Ama manda la sera stessa all’azienda di Cerroni la bozza di contratto da firmare secondo le direttive di Cantone. 

 

Ma Cerroni è tutt’altro che intenzionato a piegarsi. E lo dimostra con queste due, dirompenti lettere. Nelle quali riscrive le regole d’ingaggio a modo suo, diametralmente opposto a quello di Cantone. Primo: sconfessa il commissario nominato da prefetto e Anticorruzione, negando di averlo mai autorizzato a discutere alcun contratto. Dunque, tutto ciò di cui si è parlato per quattro mesi è carta straccia e questa è solo la «doverosa premessa». Secondo: rievoca un vecchio lodo arbitrale, rinfacciando alla controparte pubblica «malafede contrattuale, abuso di posizione dominante e concorrenza sleale», minacciando causa per risarcimento danni (le cause di Cerroni valgono centinaia di milioni di euro). Terzo: ribalta sulle istituzioni pubbliche l’accusa di ostilità strumentale nei suoi confronti «a tutto detrimento degli interessi dei cittadini romani». 

 

Quindi indica le sue condizioni per firmare un contratto: lunga durata, quantità minime garantite, garanzie sulle tariffe grazie a un «preciso disegno pubblico ufficializzato da univoci atti amministrativi». La tesi di Cerroni è che Roma non può fare a meno di lui, anzi è obbligata a servirsi di lui, e lo scrive a chiare lettere: «i nostri impianti sono infungibili», al punto che «l’affidamento diretto dell’appalto è non solo lecito, ma necessario». Viceversa, «la gara è inutile e inattuabile». E così sfida apertamente Cantone, che ha sostenuto l’esatto contrario: Roma deve fare una gara secondo il codice degli appalti, perché ogni affidamento diretto è fuorilegge. 

 

Come se non bastasse, Cerroni chiede che l’accordo metta a posto anche gli altri suoi impianti (tritovagliatore e gassificatore) a gli riconosca retroattivamente un aumento tariffario recentemente (e generosamente) accordatogli dalla Regione: tre anni di arretrati che fanno poco meno di 20 milioni di euro. 

 

Qualsiasi decisione contraria «non permette la regolare prosecuzione del servizio e comporta la paralisi degli impianti». Ma sarà colpa vostra, conclude Cerroni lanciando la sua sfida. 

 

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