Rosatellum, sondaggisti freddi: non garantisce la governabilità

Emg: “Anche a chi arriva primo mancano 60 seggi per la maggioranza”
ANSA

D’Alimonte ha pochi dubbi: «Anche col Rosatellum, Pd e Fi non avranno la maggioranza assoluta dei seggi. Di pancia direi che non fa una grande differenza»


Pubblicato il 09/10/2017
roma

Alla Camera può contare su una maggioranza ampia - almeno sulla carta, perché dovrà superare la prova dei franchi tiratori - ma tra i sondaggisti e gli esperti di leggi elettorali il “Rosatellum” proprio non fa breccia. La nuova legge elettorale che si cerca di approvare in extremis non piace a M5s, Fdi e Mdp, ma nemmeno agli esperti di numeri e di sistemi di voto: cambierà poco o niente, sostengono un po’ tutti, quasi certamente non consentirà ai cittadini di indicare un governo e una maggioranza e, probabilmente, non sarà nemmeno in grado di favorire quel governo di larghe intese Pd-Fi come denunciano 5 stelle e Mdp.  

 

«Per ora abbiamo fatto solo macrovalutazioni - premette Fabrizio Masia di Emg - ma la sensazione, in base alle intenzioni di voto di oggi, è che siamo ancora abbastanza lontani dal pensare che si possa partorire una maggioranza di governo». I numeri, ricorda Masia, fotografano un Paese diviso in tre, «con il centrodestra vicino al 35%, il Pd al 27%-28%, come anche più o meno i 5 stelle». È vero, ammette, il meccanismo dei collegi uninominali può «penalizzare M5s, è realistico pensare che prendano molto meno di un terzo dei 232 collegi». Ma, nonostante ciò, «per vincere bisogna superare il 40% e andare molto bene nei collegi uninominali. Con i numeri di oggi, direi che anche a chi arriva primo mancheranno 50-60 seggi per avere una maggioranza». 

 

Ma questo non vuol dire che siano più facili le larghe intese: «Dal punto di vista aritmetico è possibile che Pd, Fi e centristi ottengano qualche seggio in più. Ma siamo sicuri che per Berlusconi sarebbe così facile lasciare Salvini e Fdi? Dal punto di vista del rispetto della volontà popolare sarebbe un’operazione ardimentosa». 

 

Roberto D’Alimonte, politologo ed esperto di leggi elettorali, è drastico: «Il problema vero è il governo del Paese e questa legge elettorale non lo risolve: Pd e Fi non avranno la maggioranza assoluta dei seggi. Di pancia direi che non fa una grande differenza». Per D’Alimonte, peraltro, le larghe intese sono l’unica vera possibilità di dare un governo al Paese: «Non perché lo vogliano Renzi e Berlusconi, ma perché è nelle cose: do lo zero per cento di possibilità a un governo di centrosinistra e a un governo Pd-M5s o Fi-M5s. Lascio un 10% di possibilità a un governo M5s e Lega e un 20% a un governo di centrodestra». Dunque, larghe intese. Il problema, però, è che anche questa formula potrebbe non avere i numeri: «Il vero rebus, oggi, è se Berlusconi riuscirà a convincere Salvini ad andare al governo con lui e il Pd, perché i voti della Lega potrebbero essere decisivi. E sarà interessante capire cosa accadrà nella Lega a quel punto. La sintesi è: un gran casino. Non è molto scientifico, ma è così». 

 

Anche Roberto Weber di Ixè non crede che la nuova legge aiuti a costruire una maggioranza: «Mi chiedevo le motivazioni che spingono questa legge elettorale... La prima, più corriva, più banale, è che questo insieme di forze che sceglie questa cosa - che non produce una governabilità - lo fa perché mette in difficoltà i 5 stelle». Questo però non aiuta a formare un governo: «Il centrodestra ha un vantaggio che gli deriva dalla dimensione coalizionale più forte. E dopo il voto sarà difficile smontare quella coalizione» per fare le larghe intese. «Mi resta allora un retropensiero: la verità è che ognuno blinda i propri candidati. La polemica sui nominati è una sciocchezza, anche in Germania funziona così. Ma qui i collegi sono troppo ampi». 

 

Per Nicola Piepoli, poi, quello che conta è la politica: «Se uno vuole governare troverà sempre la maniera, ricordiamo Andreotti». Certo, il Rosatellum può avvantaggiare un po’ le larghe intese «ma non è detto che cambino le carte in tavola. Il punto è l’intenzione di governare insieme. Una cosa che aveva Andreotti, che aveva Berlinguer. Chi vuole vincere si allea, chi non vuole fa come faceva Rifondazione, che faceva cadere il governo Prodi». 

 

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