Condannato a morte il ricercatore iraniano di Novara. L’Università: “Non ci arrendiamo”

Il giudice di Teheran ha pronunciato la sentenza contro Ahmadreza Djalali, arrestato nell’aprile 2016 quando collaborava con l’Università del Piemonte Orientale. È accusato di spionaggio

Ahmadreza Djalali, 46 anni, è detenuto dall’aprile 2016 in Iran


Pubblicato il 23/10/2017
Ultima modifica il 23/10/2017 alle ore 16:16
novara

É stato condannato a morte il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, 46 anni, detenuto a Teheran dall’aprile 2016 quando era stato arrestato con l’accusa di spionaggio. Lavorava al Centro di ricerca sulla medicina dei disastri di Novara e i primi a mobilitarsi per lui furono proprio gli amici e colleghi dell’Università del Piemonte Orientale che per mesi hanno sostenuto una campagna mediatica e diplomatica per la sua liberazione al fianco di Amnesty, con il supporto dei senatori Manconi e Ferrara. Non è bastato. 

 

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Il medico, ricercatore ad altissimo livello, è stato giudicato colpevole e condannato a morte al termine di un processo iniziato in modo lentissimo: la prima udienza si è tenuta solo il 24 agosto di quest’anno cioè un anno e quattro medi dopo l’arresto, e prima erano stati ricusati tre avvocati di fiducia di Djalali. Dopo una seconda udienza, il 24 settembre, sabato il giudice del Tribunale della Rivoluzione ha letto la sentenza al nuovo legale dell’imputato . Al momento dell’arresto il ricercatore si trovava in Iran per un convegno medico, si era trasferito con la famiglia in Svezia all’inizio del 2016 dopo un soggiorno di oltre due anni a Novara. La moglie Vida è biologa, la coppia ha due figli di sei e 15 anni, che vivono a Stoccolma

 

L’Università del Piemonte Orientale, sul suo profilo Facebook, ha commentato la notizia con un breve post: «Siamo prostrati per quanto sta accadendo, ma non ci arrendiamo. Abbiamo nuovamente sollecitato il Governo, il Parlamento, la Commissione europea, la diplomazia e abbiamo mobilitato il network internazionale di cui facciamo parte, affinché venga fatto tutto l’umanamente possibile per salvare la vita ad Ahmad». 

 

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