Il documento con la difesa del ricercatore: “Arrestato perché ho detto di no ai servizi iraniani”

La moglie Vida: «Sono convinta che l’abbia scritto mio marito». L’incontro con l’ambasciatore iraniano a Roma

Il ricercatore Ahmadreza Djalali è detenuto dall’airle 2016 nel carcere di Evin


Pubblicato il 31/10/2017
Ultima modifica il 01/11/2017 alle ore 11:04
novara

«Mi sono rifiutato di fare la spia per i servizi segreti iraniani e per questo mi hanno arrestato»: il documento è lungo una pagina e mezza e arriva in forma anonima a «La Stampa». Il testo appare scritto ad agosto da Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano di 46 anni condannato a morte per spionaggio a Teheran. Al documento che ricostruisce tutta la storia, accademica e umana, di Djalali si sono riferiti anche i 120 senatori che hanno presentato un’interrogazione al Governo. Chiedono quali iniziative l’Italia intenda avviare per salvare la vita allo scienziato che ha lavorato a Novara e collaborava con l’Università del Piemonte Orientale quando è stato imprigionato: il documento è stato consegnato all’ambasciatore iraniano a Roma. Il rappresentante di Teheran ha ricordato lla delegazione italiana che in Iran ci sono altri tre gradi di giudizio e la condanna può essere graziata dal ministro della Giustizia. 

 

 

LEGGI LA CONDANNA A MORTE  

 

 

L’arresto  

L’arresto è avvenuto il 25 aprile del 2016 mentre Djalali si trovava in Iran su invito delle Università di Teheran e Shiraz con cui lavorava anche dopo la sua partenza dal paese, nel 2007, per un dottorato in Svezia. Aveva lasciato da pochi mesi Novara dove aveva abitato con la famiglia dal 2012 alla fine del 2015 per un contratto di ricercatore al Crimedim, il Centro di medicina dei disastri dell’Upo. All’inizio del 2016 era tornato in Svezia, a Stoccolma, ma manteneva collaborazioni con Novara. 

LEGGI - IL DOCUMENTO  

Il primo contatto

Tornava spesso nel suo paese e lo aveva fatto anche con i colleghi del Crimedim alla fine del 2014 per una serie di accordi con le università iraniane. Proprio durante un viaggio in quell’anno sarebbe avvenuto, secondo il documento diffuso in questi giorni, il primo contatto con «due persone dell’intelligence militare». Gli chiedono di fornire loro dati sensibili sui paesi europei in cui si trova e piani inerenti il terrorismo. «Io sono solo uno scienziato, non una spia e la mia collaborazione scientifica ai centri accademici iraniani deriva dal mio amore e dal mio impegno verso la patria»

 

Il secondo contatto  

Il secondo contatto risalirebbe all’autunno 2015. Sei mesi dopo l’arresto con l’accusa di essere una spia di Israele fin dal 2008 e di aver ottenuto così incarichi nelle università europee e permessi di soggiorno in Svezia e Italia. «Non ho mai avuto relazioni con servizi segreti, né di Israele né di altri paesi. Non sono mai stato in quel paese né ho avuto colleghi po amici israeliani» si legge nel documento che cita come testimoni anche il professor Francesco Della Corte e il ricercatore Luca Ragazzoni dell’Università di Novara. 

Dal giorno dell’arresto Djalali è nel carcere di Evin: il documento ricorda anche i primi mesi della prigionia in una cella di pochi metri, in isolamento, sottoposto a torture fisiche e psichiche e costretto a firmare una dichiarazione falsa. «La mia sola colpa - prosegue il documento - è di non aver accettato di usare la fiducia dei miei colleghi e delle università europee per spiare a favore dei servizi segreti iraniani».  

 

 

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La sentenza  

Sabato 21 ottobre la sentenza di condanna a morte è stata comunicata all’avvocato di Djalali: il ricercatore era comparso davanti al giudice il 22 agosto e il 24 settembre. Ieri i media iraniani hanno riferito che il procuratore di Teheran, Abbas Jafari-Dowlatabadi, ha annunciato la condanna a morte di un «agente del Mossad», colpevole di aver passato a Israele informazioni su 30 scienziati nucleari e militari, tra cui due che rimasero uccisi nel 2010, «in cambio di soldi e della residenza in Svezia». Per Amnesty international si tratta di Ahmadreza Djalali.  

 

Il parere della moglie  

In questi giorni è emerso un documento che è stato attribuito a Ahmad Djalali: il ricercatore lo avrebbe scritto ad agosto. Nel testo, fatto circolare in forma anonima, si fa riferimento a due contatti dei servizi segreti iraniani con il medico durante i suoi viaggi a Teheran: gli agenti gli avrebbero chiesto di collaborare e lui avrebbe risposto di «no» sottolineando di essere «uno scienziato, non una spia». Vida ritiene che possa essere stato scritto realmente da suo marito: «Credo che il documento sia suo anche se non ho visto l’originale ma solo la trascrizione».  

 

 

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