Sclerosi multipla, le neuroimmagini che aiutano la diagnosi precoce

Il ruolo della risonanza magnetica usata anche per prognosi e comprensione della malattia al centro del congresso internazionale Ectrims


Pubblicato il 01/11/2017
Ultima modifica il 01/11/2017 alle ore 09:32

Non solo diagnosi e monitoraggio degli effetti delle terapie. Le neuroimmagini, grandi protagoniste del settimo congresso congiunto Ectrims-Actrims sulla sclerosi multipla, possono aiutare a comprendere i meccanismi biologici della malattia. Grande attenzione è stata rivolta alla risonanza magnetica, con la quale è oggi possibile identificare le lesioni cerebrali perivenulari tipiche della malattia, distinguendole da lesioni simili ma dovute ad altre patologie. Anche se la diagnosi è clinica, la risonanza ad alto campo è necessaria ed è inclusa fra gli esami previsti dai criteri diagnostici riconosciuti dalla comunità scientifica. 

 

Anche se vi è scarsa correlazione tra le lesioni visibili alla risonanza e i deficit dei pazienti, valutare il carico lesionale è fondamentale per il clinico, che sulla base dei dati di risonanza può stabilire, e modificare, la terapia e può controllarne l’efficacia.  

 

Di una maggior sensibilità dello strumento, tuttavia, beneficerebbero clinici e ricercatori. «Dai dati immunoistochimici l’infiammazione meningea risulta essere dieci volte più diffusa di quanto non mostrino i risultati di risonanza, A Vienna, abbiamo scansionato per 16 ore un encefalo con una risonanza ad alto campo (a 7 tesla) e in questo modo la corrispondenza tra anatomia patologica e imaging sembra quasi perfetta» ha spiegato Hans Lassmann del Center for brain reserach di Vienna. «Naturalmente, è stato possibile perché era un esame post mortem. Sarà cruciale in futuro arrivare a migliorare la sensibilità delle macchine, solo così avremo tutte le informazioni sull’evoluzione delle lesioni e disporremo di un meraviglioso strumento diagnostico. Ciò aprirebbe nuove possibilità per la prognosi e questo è un punto chiave». 

 

Oggi appare chiaro che la malattia non si arresta anche quando clinicamente non sono evidenti segni di progressione. La risonanza può tuttavia fornire biomarcatori affidabili, predire l’evoluzione dei sintomi e venire in aiuto nel valutare l’attività cronica della malattia, individuando e misurando le lesioni a lenta evoluzione (slowly evolving lesions - sels). «Si è visto che le lesioni a lenta evoluzione possono verificarsi in tutti i sottotipi di sclerosi multipla - ha dichiarato il professor Nicola de Stefano, neurologo dell’Università degli studi di Siena - ma il loro monitoraggio sembra essere particolarmente promettente per chi è colpito da sclerosi multipla primariamente progressiva, il cui peggioramento in termini di disabilità può essere meglio correlato alla presenza di lesioni a lenta evoluzione».  

 

«Le nuove tecniche di risonanza, possono misurare le lesioni corticali e visualizzare meglio la demielinizzazione» ha concluso il professor Douglas Arnold della Mc Gill University di Montreal. «Anche grazie a nuove tecniche di analisi dei dati, nuove tecniche di acquisizioni e nuove apparecchiature con campi magnetici più elevati». L’appello dei neurologi da Parigi è quindi quello di avere a disposizione una nuova generazione di strumenti di misura da utilizzare in ambito clinico. a questo proposito un paio di settimane fa, l’FDA ha approvato per l’uso umano la risonanza magnetica con intensità di campo di 7Tesla finora utilizzata solo per scopi di ricerca. Staremo a vedere l’impatto traslazionale. Le tecniche di imaging sono ad alto contenuto tecnologico e in continua evoluzione. Bisogna assicurarsi che sia la domanda clinica a guidare lo sviluppo tecnologico e non viceversa. 

@nicla_panciera  

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