Ajani: “I vecchi ospedali? Case per studenti o strutture di degenza”

Il rettore dell’Università: “Alle Molinette ci vedrei bene ad esempio servizi di assistenza ed edilizia diversificata, le lezioni invece continueranno a svolgersi ad Orbassano”
ANSA

Un nuovo futuro: in foto il Regina Margherita, l’ospedale infantile


Pubblicato il 12/11/2017
Ultima modifica il 12/11/2017 alle ore 09:45
torino

Per Gianmaria Ajani, rettore dell’Università di Torino, la parola che fotografa meglio quello che serve per rispondere alle sfide del futuro è «sinergia»: l’unione di tanti pezzi che fino a oggi hanno proceduto paralleli per la propria strada deve essere l’obiettivo che si prefissano le istituzioni pubbliche e quelle che vivono il territorio.  

 

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Il discorso vale anche per l’approccio al progetto del Parco della Salute. Un piano ambizioso che sembra voler trasformare, oltre che l’approccio alle cure, anche parte della città. L’Università sarà della partita?  

«Sì. In quell’area non si andrà a creare semplicemente un nuovo ospedale ma un Parco della Salute, cioè una realtà che mescola cure, ricerca e innovazione. E questo colosso della medicina non nascerà in un periodo qualsiasi ma in uno dei momenti più vivi della ricerca sanitaria, che procede così spedita da cambiare volto di anno in anno».  

 

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Ed è qui che entrerebbe in gioco l’Università?  

«Non soltanto. Ovviamente noi disponiamo di centri di ricerca e innovazione che possono stare al passo con i tempi, ma il nostro ruolo vuole essere ancora più permeante e toccare altri temi: come si trasformerà il territorio? Come usare gli edifici di nostra proprietà come le Molinette, una volta che saranno svuotati?».  

 

Lei che idee ha?  

«Penso che la loro destinazione debba essere decisa con un tavolo congiunto che veda presenti anche le istituzioni, ma personalmente ci vedrei bene servizi di assistenza ed edilizia diversificata. Per intenderci: da un lato residenze per gli studenti universitari e dall’altro posti letto per le degenze successive ai ricoveri ospedalieri».  

 

Dopo la chiusura di questi edifici, dove voi avete anche le aule di Medicina, dove si sposterà la didattica?  

«Direttamente dentro Parco della Salute. Le lezioni del San Luigi, invece, continueranno a svolgersi a Orbassano. Mantenere anche quella sede penso sia una ricchezza». 

 

Quale pensa debba essere il compito delle istituzioni in questo momento?  

«Devono mettere a sistema quello che già stiamo facendo: creare sinergie e ampliare i centri di ricerca che abbiamo sul territorio. Penso in particolare a quello di Biotecnologie in via Nizza: aiutarci a unire per diventare più competitivi e per attirare investitori.  

 

Osservando i dati sugli investimenti dei privati nelle start up questo sembra essere un periodo propizio per puntare sulla ricerca che si occupa di sanità. Condivide?  

«Sì, assolutamente. I privati sono interessati a investire nelle biotecnologie e noi stiamo già collaborando con molte aziende. Al momento, per esempio, ci stiamo occupando di potenziali cure per le malattie del fegato. Parco della Salute, poi, potrà attirare anche investimenti nel campo della ricerca farmacologica. La nuova realtà potrà veder nascere anche spazi condivisi in cui privati e università hanno la possibilità di condurre ricerca congiunta. Tutto questo senza trascurare l’importanza della medicina preventiva. Insomma, la parola che ci deve guidare è “unione”. Proprio come stiamo già facendo per il campus di Agraria, dove nascerà il polo delle facoltà scientifiche che inizierà a prendere forma nel 2018 e che ha proprio il compito di aggregare». 

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