I 70 anni di Silvano Prandi, l’allenatore che ha cambiato il volley italiano: “Io oso sempre”

Dopo avere messo venti titoli in bacheca, adesso guida il campionato francese con il Chaumont
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Silvano Prandi nel 2013 quando allenava a Modena


Pubblicato il 13/11/2017
Ultima modifica il 13/11/2017 alle ore 13:54

È stato l’uomo di tante prime volte del volley italiano e il modello che ha ispirato generazioni di allenatori che oggi vanno per la maggiore. Ma a rendere quasi unico Silvano Prandi, oggi che compie 70 anni, è trovarlo più che mai in pista, di nuovo in testa al campionato francese con il suo Chaumont dopo aver vinto scudetto e Supercoppa. Il Professore cuneese ha venti titoli in bacheca, ma continua a essere più presente e futuro che passato. 

 

Parole sue del 2007: «Si può essere vecchi a 25 anni e giovanissimi a 70». Prandi, ora che li ha, conferma tutto?  

«Certo, perché non è l’anagrafe che misura freschezza mentale, capacità di aggiornarsi e innovare. L’età ti rende più sicuro e, di conseguenza, spregiudicato. Io oso sempre di più: metodi di lavoro, sperimentazione, lancio dei giovani».  

 

E a Chaumont ha pure ripreso a vincere. È diverso farlo a 70 piuttosto che a 30?  

«No. La gioia è sempre la stessa. Soddisfazione pura, quella di vincere anche solo una singola partita, essenza della competizione sportiva. Poi, chiaro, se si tratta di uno scudetto, l’onda dura tutta un’estate». 

 

È sulla breccia dal 1976. Mai pensato a un anno sabbatico, sullo stile di Guardiola o di Ancelotti?  

«Mai sentita la necessità. In fondo, fare l’allenatore non è poi così faticoso e opprimente. Tempo libero ne ho sempre avuto, un po’ meno magari nei sei anni in cui, oltre al club, ho fatto il ct prima dell’Italia e poi della Bulgaria». 

 

Se ripensa al primo Prandi di Torino, come lo vede adesso?  

«Come un grande appassionato di pallavolo ma senza cultura specifica. Fui molto aiutato da un eccezionale gruppo di giocatori e da Franco Leone, l’allenatore precedente, colui che mi scelse. Poco alla volta, cominciai a camminare da solo. Oggi sono molto orgoglioso: non so quanti allenatori, mica solo di volley, sono arrivati alla 42a stagione di fila sempre con un contratto». 

 

Apriamo l’album dei ricordi, allora: 1980, prima storica Coppa dei Campioni italiana.  

«A Torino stavamo vincendo il 3° scudetto di fila. Imporsi in Europa, dunque, mi sembrava quasi naturale. Così come il fatto che io poi diventassi ct azzurro. Con l’argento mondiale azzurro 1978 targato Pittera, quella mia squadra contribuì a dare all’Italia una dimensione internazionale». 

 

1984, bronzo da ct: la nostra prima medaglia olimpica.  

«Preparò la consacrazione arrivata poi con Velasco». 

 

2001, prime due coppe per Macerata, diventata poi una corazzata.  

«Belle soddisfazioni. Ma sono contento di aver aiutato a crescere anche Padova, Cuneo, Trento, Ferrara e Latina». 

 

Ed eccoci al 2017: Chaumont.  

«Cittadina di 22 mila abitanti, budget tra gli ultimi quattro della lega: non aveva mai vinto nulla. Scudetto e Supercoppa sono un’impresa alla Leicester: mi sento adottato, ormai, e ho rinnovato il contratto fino al 2020. Con un fiore all’occhiello: Stephen Boyer ad Ajaccio era considerato un tipo difficile, un asociale. Rischiava di finire in terza serie. L’ho voluto e ora è l’opposto titolare della Francia, il talento più grosso visto nei miei 50 anni di pallavolo». 

 

Il suo vero orgoglio, però, non è forse essere stato da esempio per tanti allenatori, tra cui gli ultimi due ct, i torinesi Berruto e Blengini?  

«Può darsi. In effetti, qualcosa negli anni ho seminato. Ma non lo faccia dire a me, per cortesia...». 

 

Dica almeno perché ci sono così tanti tecnici italiani in giro per il mondo, al top.  

«Merito del gran lavoro cominciato negli anni ’70 e ’80, da Carmelo Pittera in avanti. Corsi che hanno creato una scuola, formato anche preparatori atletici e scoutmen. Ridicoli, al confronto, quelli che ho frequentato in Francia e Bulgaria». 

 

In azzurro, però, non vinciamo più dal 2005.  

«Si spende meno sui vivai, che si sono inariditi. Fino a 15-20 anni fa non c’era certo bisogno di un Club Italia, perché ogni club aveva un settore giovanile fiorente, con cospicui investimenti. Tant’è che negli anni ’90 vincevamo World League con un’Italia 2, mentre oggi la sensazione è che per fare una Nazionale si raschi il fondo del barile».  

 

Il problema è che non c’è solo il volley a digiunare. Anche calcio, basket e pallanuoto sono reduci da troppe stagioni di delusioni.  

«Non conosco che una ricetta, efficace, per provare a formare Nazionali forti. Intanto, è fondamentale la ricerca dei talenti nostrani. Tornare a spendere, a lavorare in modo capillare sul territorio. Poi, è determinante creare un ambiente tecnico stimolante, con allenatori preparati e campioni, anche stranieri, come modelli da imitare. Mi sembra che il livello della Superlega sia tornato interessante, ma gli italiani sono ancora quelli che sono, per qualità e quantità. Con qualche fenomeno evitabile come la “Giannellimania”: il regista di Trento è un talento vero e siamo tutti d’accordo. Ma da qualche anno sembra che esista solo lui e, quindi, debba giocare sempre lui. Con il risultato che buoni giocatori come Travica e Baranowicz sono stati spazzati via e che lo stesso Giannelli adesso paghi il superlavoro al quale è stato sottoposto».  

 

Torniamo a lei. La vedremo lavorare ancora in Italia?  

«Per principio non chiudo mai nessuna porta: allenerò finché mi piace e soprattutto finché troverò club che mi scelgono. Sinceramente, però, non ho alcun desiderio di tornare. Anzi, mi sono dato dello stupido per aver atteso 37 campionati prima di andare all’estero. È un arricchimento anche umano. Mi piace conoscere gente, luoghi e usi; farlo in futuro magari in Russia o Polonia non sarebbe male». 

 

A dicembre, intanto, tornerà in Champions dopo nove anni.  

«Venerdì c’è il sorteggio dei gironi, siamo tutti molto curiosi. Peccato solo essere costretti a giocare in casa a Reims, a due ore da Chaumont. Qui manca un impianto adeguato, ma le nostre vittorie sono comunque servite: presto nascerà un palasport da 2200 posti». 

 

La «sua» Torino ne ha invece uno da 15.600 che nel settembre 2018 ospiterà le finali dei Mondiali. Contento?  

«Di più. E spero di vedere dal vivo un grande spettacolo, con una grande cornice di pubblico. Ma è davvero troppo presto per pensarci. In testa adesso ho solo i prossimi allenamenti del mio Chaumont: un problema, perché in Champions giocheremo con un pallone diverso da quello del campionato». 

 

Scusi se insisto con Torino. Il basket è tornato al top, lo farà anche la pallavolo?  

«Mi piacerebbe tantissimo, ma non riesco proprio a immaginarlo. Al momento non c’è nulla. E per una squadra di vertice servono molti soldi». 

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