Palazzo del Lavoro: il grande saccheggio

Cantieri non prima del 2019 nel capolavoro architettonico abbandonato, da emblema della Torino industriale a segno della Torino che fatica, dei disperati, dei senza tetto

«Palazzo Nervi» è un’opera riportata nei libri di architettura; sul web è definita «Attrazione turistica»


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 15/11/2017 alle ore 07:51
TORINO

Perfettamente conservate, senza una crepa, le colonne a raggiera sono le uniche che hanno resistito. Al tempo, al saccheggio e alle troppe promesse mancate. Tutto il resto dentro questo palazzo della Torino degli Anni 60 proiettata da un futuro di ex capitale politica del Paese a indiscussa capitale industriale è rotto, arrugginito o bruciato. Il resto è stato rubato. E la foto scattata in notturna nel 1961 al Palazzo del Lavoro, da Paolo Monti, che raccontava la grandeur di Torino nel centinaio dell’Unità d’Italia, è una immagine alla memoria perduta.  

 

 

Oggi Palazzo del Lavoro è una specie di monumento al vandalismo e all’incuria. Non c’è un vetro che abbia resistito ai teppisti. Non c’è un pezzo di ferro che non sia arrugginito. Non c’è una porta, che sia una, nell’immensa area espositiva sotto le colonne a raggiera celebrate su tutti i libri di architettura come opera straordinaria dell’architetto Pier Luigi Nervi, che non sia stata sfondata o rubata. Resistono, ma non si capisce bene il perché, soltanto due motori - due - di uno dei 100 termoconvettori che cintavano i 24 mila metri quadrati dell’area al pianterreno. E sparavano aria calda sotto le volta immensa di Palazzo Nervi dove, nell’anno del Signore 1961, fu ospitata la mostra sul lavoro presieduta da Giovanni Agnelli e allestita da Gio Ponti.  

 

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Altri tempi, altra storia. Torino era la locomotiva industriale del Paese. Palazzo a Vela e Palazzo del Lavoro il monumento a se stessa. Un Oval prima dell’Oval, anzi, decisamente di più. Perché altro che Olimpiadi Invernali: Torino allora giocava la sua partita con il resto del Paese.  

 

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Poi, spenti i neon della mostra, Palazzo del Lavoro si è lentamente appannato. Enorme, costoso di difficile gestione. Fino a diventare quel che è oggi: un contenitore vuoto, dove nei garage ci sono stanze con i materassi in terra e montagne di vestiti negli angoli: istantanee che raccontano un’altra storia. Quella della Torino che fatica, dei disperati, dei senza tetto, degli ultimi. Storie di fantasmi che colonizzano ogni metro quadrato abbandonato in ogni quartiere della città. Anche quelli finiti sui libri di architettura. Anche quelli che potrebbero diventare miele per turisti, accanto alla Mole o mille altri edifici. 

 

 

Alle dieci del mattino Palazzo del Lavoro è una scatola dentro cui senti fischiare il vento. Che s’infila da tutte le parti. Che entra prepotente dal varco aperto dalle fiamme del 2015 che hanno bruciato impalcature e sostegni. Dalle centinaia di vetri rotti. Ma che si arresta - incredibile - contro le porte di sicurezza saldate dall’interno. La croce rovesciata disegnata su una delle colonne racconta il passaggio di praticanti satanisti, o chissà di semplicemente di vandali. La lavagna scaraventata in cortile di quando qui facevano lezione gli studenti di Economia e commercio. Ma l’ambiente era troppo dispersivo, troppo grande. In una parola «inutile». E fu abbandonato. I vetri della garitta del sorvegliante sul lato di via Ventimiglia sono stati presi a pietrate. I cartelli di plastica che ammoniscono «Zona controllata» con l’immagine di un cane lupo non spaventano più nessuno. È tutto finito. Come le idee degli olandesi che promisero un grande intervento di riqualificazione del palazzo.  

Alessandro Pampanoni, presidente del comitato Italia ’61 più o meno un anno fa protestava: «L’edificio deve essere tutelato a un livello più alto, quello dei Beni Culturali. In un altro Paese un edificio di questo tipo avrebbe ritrovato un’altra funzione, degna della sua storia». Per ora è salva soltanto la memoria di una girandola di progetti di riutilizzo di basso profilo. Memoria che si affida a cartelli a volte scritti a mano come quello dell’«Associazione culturale New Age» o stampati su cartoncino e rimasti miracolosamente attaccati ad un vetro semi-intero: «Circolo Penelope». I lavori di smontaggio delle strutture - recita il pannello affisso accanto alla garitta del sorvegliante dovevano terminare nel febbraio di un anno fa. E qualcuno da poco è entrato nel parco per tagliare qualche arbusto - diventato nel tempo un albero - dal lato che si affaccia sul laghetto della monorotaia.  

 

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«Certe sere, lì dentro, vedevi i fuochi dei bivacchi» raccontano su via Ventimiglia. Quando? «Un anno fa, o forse di più». Oggi s’infilano lì dentro soltanto i teppisti. O qualche disperato di passaggio. 

Cinquant’anni dopo il 1961 - in occasione di un altro anniversario patrio - avevano steso dei teloni davanti alla facciata, su corso Unità d’Italia, quasi a coprire la vergogna di quello scempio di vetri rotti e ruggine. Prima li ha stracciati il vento. Poi sono stati rimossi. Restano pochi pezzi di plastica penzolanti. E le sbarre di ferro adoperate per fissarli. Sono piazzate a cinque metri da terra. Troppo in alto, troppo all’aperto, troppo visibili dalla strada per essere rubate. Come i pennoni delle bandiere, tristi, arrugginiti e senza stendardi da troppo tempo. 

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