Parco della Salute di Torino, anche i privati parteciperanno al progetto

La proposta dell’assessore Saitta: “Alle Molinette un presidio come l’ex-Valdese”

Il nuovo Parco della Salute visto dalla collina e la torre della Regione (a cura del team del Politecnico)


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 14:52
TORINO

Non solo fondi di investimento, e immobiliari, o imprese di costruzioni. Non solo i finanziatori e i costruttori, con il massimo rispetto degli uni e degli altri. «Non scordiamo che sui muri, vecchi e nuovi», si sono persi tredici anni», ha premesso Sergio Chiamparino. Il progetto del nuovo Parco della Salute, della Scienza e dell’Innovazione previsto al Lingotto sarà opera anche del contributo delle case farmaceutiche che dentro quel perimetro, almeno si spera, vorranno fare ricerca, sperimentare nuovi percorsi di cura, e quindi investire.  

 

È una delle novità emerse durante il primo degli incontri organizzati dall’Università di Torino, in collaborazione con la Stampa, nell’ambito di «UniTo Spazio Pubblico»: occasione di confronto per promuovere il ruolo dell’ateneo nel dibattito sul futuro di Torino. Come avrete capito, quello di ieri era dedicato ai temi della Salute e della Sanità, con la maiuscola: temi che fanno rima con il Parco della Salute.  

 

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COME IN TUTTO IL MONDO  

Il quale, ha spiegato l’assessore Antonio Saitta aprendo alle richieste dell’Università (e del Politecnico), si avvarrà anche del contributo degli operatori sanitari: case farmaceutiche e laboratori di ricerca nazionali e internazionali. Come a Monaco, dove l’Istituto Max Plank ha siglato un accordo pluriennale con la “big pharma” Pfizer (da cui sono generati 120 spin-off e ricavi annuali pari a 20-30 milioni di dollari). Come a Dundee, in Scozia (dove l’organizzazione di un polo di innovazione tra Università e partners industriali ha permesso la creazione di 20 spin-off, mille posti di lavoro, un fatturato di 230 milioni di sterline con un guadagno di 5 milioni). Come a Tolosa, in Spagna, che ha sperimentato la parnership con la Iuerre Fabre, in quel caso multinazionale del settore agrario, per fare ricerca sulle molecole vegetali. 

 

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Il «DIALOGO COMPETITIVO»  

A fare la differenza, nel caso dell’esperienza torinese, non sarà l’obiettivo ma la formula adottata. Nessun rapporto di partnership diretto ma il coinvolgimento nell’ambito della procedura del “dialogo competitivo” (aprile 2018): l’anticamera della gara. In sintesi, si prevede che alla chiamata della Regione risponderanno più cordate - ciascuna composta da finanziatori, costruttori e operatori sanitari - alle quali verrà chiesto di elaborare il progetto del futuro polo in tutte le sue declinazioni. La proposta giudicata migliore verrà messa a gara, e per realizzarla vinca il migliore: non necessariamente chi l’ha proposta. Ne hanno parlato ieri sera, con Chiamparino e Saitta, Gian Maria Ajani ed Ezio Ghigo, nel ruolo di padroni di casa, Guido Montanari, Federico Bussolino, Gian Paolo Zanetta, Antonio Scarmozzino, Giovanni Durbiano.  

 

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ALLE MOLINETTE UNA CASA DELLA SALUTE  

E dato che il Parco coinciderà con la riqualificazione dell’area urbanistica oggi occupata dalla Città della Salute, Saitta ne ha approfittato per lanciare la proposta di realizzare alle Molinette - nella parte aulica destinata a sopravvivere al disarmo degli ospedali (le stesse Molinette, Regina Margherita e Sant’Anna) - una Casa della Salute sul modello dell’ex-Valdese e, a breve, dell’ex-Oftalmico: una risposta indiretta al rettore Ajani e ad Ezio Ghigo, vice-rettore area medico-sanitaria, convinti che il nuovo polo ospedaliero - destinato prevalentemente alle alte complessità, cioè alle malattie in fase acuta - non possa prescindere da un raccordo con la Sanità territoriale. Soprattutto, che l’eccellenza non debba essere una prerogativa del nuovo polo, peraltro con una volumetria ridotta e meno posti-letto, ma vada garantita in modo omogeneo anche sul versante della “bassa complessità”.  

 

«PARCO APERTO ALLA CITTA’»  

Parole ascoltate con attenzione da Montanari, il vicesindaco di Torino, secondo il quale il collegamento tra le due Sanità - entrambe concepite con la maiuscola - debba fare il paio con un Parco aperto al resto della città: non una cittadella chiusa ma capace di mantenere un buon rapporto con il contesto urbano: significa edifici alti non più di quindici piani, aree verdi, dialogo con la ferrovia e con l’Oval, collegamenti con il reticolo viario esistente. Dove per contesto urbano si intendo anche le aree liberate alla Città della Salute, da trasformare contestualmente alla nascita del Parco. Paletti, quelli del Comune, ribaditi nell’accordo di programma che domani sarà firmato da tutti i soggetti interessati.  

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