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Cultura
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 14/11/2017.
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Consolarsi sulle spalle degli antichi giganti

Dal I secolo d.C. la lezione di “Sul sublime” trattato che spiega come affrontare i tempi bui

Nell’Alessandria dei Tolomei, parecchi secoli dopo Pericle e Demostene, un retore sconosciuto (lo «Pseudo Longino», l’Anonimo) aveva levato un superbo lamento: di essere nato in tempi tardi e sterili, e preconizzava i mezzi ai quali ricorrere per sfuggire alla decadenza. Il sublime trattato Sul sublime sarebbe sopravvissuto tanto quanto la durata dell’impero romano, in Tacito e nel suo Dialogo degli oratori, in Quintiliano e nella sua Institutio oratoria, ed è tornato segretamente a farsi sentire nel XV secolo italiano.  

 

Una storia misteriosa  

Impossibile seguire l’itinerario del manoscritto dall’originale alessandrino alla vigilia del suo trasferimento in Europa, prima della caduta di Bisanzio. Trasportato da Bisanzio a Venezia prima del 1453, fu sottratto in tempo al saccheggio delle biblioteche della capitale greca invasa dai Turchi, così come con il suo trasferimento a Bisanzio era sfuggito all’Alessandria dei Mamelucchi e alla sorte riservata alla celebre Biblioteca. Portato in Europa occidentale, rimase ancora a lungo prerogativa di una cerchia ristretta di umanisti tra Venezia, Firenze, Roma e la Parigi di Francesco I. Si dovette aspettare il crepuscolo del Rinascimento italiano per vederlo pubblicato in originale e in caratteri greci (Bâle, Robortello, 1554; Venezia, Paolo Manuzio, 1555), poi in una traduzione latina molto parziale (Roma, Leone Allacci, 1635) e ancora in traduzione francese (Boileau, 1674), sul finire del regno di Luigi XIV e a sostegno della causa degli Antichi attaccata dal partito dei Moderni. Fino all’audace iniziativa di Boileau, quel singolare testo era rimasto prerogativa di un’élite erudita, all’interno della Repubblica europea delle Lettere. Fin dal 1572 Montaigne adotta la forma del saggio, che potrebbe essergli stata suggerita dalla squisita libertà ed eleganza di quei capitoli in lingua nativa dedicati alla decadenza e ai mezzi per sfuggirle. Nel saggio del libro III, capitolo 5, Su versi di Virgilio, Montaigne riprende dal trattato dell’Anonimo il suo concetto dell’ascolto entusiastico di citazioni sublimi, che sottraggono l’uditore alla corruzione della sua epoca e lo trasportano nell’ambiente divino in cui riesce a conversare direttamente con i maestri della poesia e della prosa sublimi del passato.  

 

Winckelmann  

Quel capolavoro misterioso sarà da allora in poi compreso e letto in francese da tutte le generazioni successive dell’Europa premoderna. A dare il via sarà in tedesco il grande classicista sassone Winckelmann, pubblicato a Dresda nel 1764 e presto tradotto nel francese dei Lumi. Nei suoi saggi storici sul Bello ideale negli Antichi si dipanano in piena luce lo struggente luogo comune «sublime» della libertà politica madre delle arti e altri due «luoghi» articolati da «Longino» in schema storiografico: la schiavitù e la corruzione dell’epoca, a causa di edonismo e avarizia, e il ricorso delle anime grandi, nei tempi di degenerazione, al tu per tu con i grandi classici delle epoche passate che sottraggono quelle anime grandi al clima generale di sottomissione e di decadenza. [...] 

 

L’anima elevata  

Si tratta di elevarsi, come ha fatto l’Anonimo, all’altezza dei capolavori ammirati in tutti i tempi e prodotti dalle grandi epoche di libertà, imitandoli (non nel senso di «copiare» passivamente, ma nel senso di «rivaleggiare» coraggiosamente con i grandi modelli). Non è lontano Aristotele, che dichiara che l’essere in potenza non può passare all’atto senza l’influenza esemplare di un essere già in atto. Certo, il genio e il sublime allo stato originale sono scomparsi insieme alla libertà politica repubblicana.  

 

Resta tuttavia alle anime grandi, nate troppo tardi, la possibilità di isolarsi dalla loro epoca decaduta («privata dell’indipendenza e della felicità di non avere maestri», scrive «Longino») e vivere, scrivere e operare in simbiosi con i capolavori unanimemente riconosciuti delle grandi epoche. «Gli artifici della retorica» (intesa nel senso biasimevole di sofistica) si ritirano nell’ombra, scrive l’Anonimo, quando la grandezza li circonda da ogni parte. O ancora: «Il sublime è la risonanza di un’anima grande». [...] 

 

Conosciuto quasi clandestinamente dagli eruditi del XV secolo, il trattato Sul sublime nel suo testo greco (dunque riservato a una élite di antichisti) è pubblicato quasi al contempo nel 1554 e nel 1555 sempre nel testo greco, fatto che non amplia di molto il suo pubblico. Questo si allarga quando appaiono alla fine del XVI e in pieno XVII secolo le traduzioni latine, integrali o parziali, in particolare a Roma quella del grande filologo di origine greca Leone Allacci, apparsa con il titolo De erroribus magnorum virorum in dicendo [Sugli errori dei grandi uomini nei loro scritti] (1635).  

 

La pittura  

Nicolas Poussin non può fare a meno di leggere e meditare nella biblioteca di Cassiano dal Pozzo, grande amico di Allacci, quella «critica delle bellezze» applicata da «Longino» ai capolavori che sono sopravvissuti con fama intatta dalle epoche di genio alle epoche di decadenza. Il trattato Sul sublime è stato scritto a uso delle anime grandi nate nel momento sbagliato, e salvate dall’emulazione dei capolavori scaturiti dalle epoche antiche e feconde. Questa reazione alla decadenza presente l’abbiamo vista all’opera nelle megalografie «all’antica» di Michelangelo sul soffitto della Sistina, l’abbiamo riconosciuta nel concepimento dei capolavori cattolici di Rubens, sapiente antichista, amico e corrispondente di Peiresc, e ancora l’abbiamo scoperta nei quadri di storia e nei paesaggi eroici di Poussin nella sua maturità e vecchiaia, amico e corrispondente di grandi antichisti: Cassiano, il cardinale Massimi, Fréart de Chambray, Gian Pietro Bellori. 

Si vede disegnarsi attorno a questi grandi maestri vincitori sulla loro epoca decadente una «Repubblica delle Arti» che, mentre cercava di reinventare lo splendore delle arti antiche scomparse o andate in rovina, ha inventato le arti moderne, da David a Delacroix. 

 

Marc Fumaroli
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