Capolinea Ventura, l’ultima gaffe è la peggiore

Dai coccodrilli del Bernabeu alla scarsa conoscenza degli avversari: il ct lascia con una storica disfatta
ANSA

Giampiero Ventura, 69 anni, sconsolato dopo aver perso lo spareggio mondiale contro la Svezia


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 16:31
milano

 

Ventura aspetta la fine con le mani in tasca. I fischi li ha avuti all’inizio e sa bene cosa sta per succedere, per la prima volta da quando è diventato ct ha chiaro il quadro della situazione.  

 

 

A disastro consumato, ore dopo le lacrime di Buffon e l’addio dei senatori, ammette la disfatta: «È evidente che il responsabile sia l’allenatore, è quasi scontato dirlo. Il risultato è pesantissimo io sono comunque orgoglioso di aver fatto parte del gruppo azzurro». Parla al passato, prima delle dimissioni deve solo sistemare il presente: questione di soldi. Esiste un contratto e lui non lo vuole certo stracciare anche se sa che lo deve chiudere: «La mia colpa maggiore sta nell’assenza di gol in questo playoff. Chiedo scusa agli italiani del risultato, non del lavoro e dell’impegno. Non mi dimetto perché non ho nemmeno parlato con il presidente. C’e’ da valutare un’infinita’ di cose». In realtà non sono poi un’infinità e sono solo tristi cifre, circa 600 mila euro legati a una clausola siglata per risolvere il rapporto in caso di mancata qualificazione. Certi suoi predecessori, vedi Donadoni e Prandelli, hanno avuto la dignità di andarsene in ben altra maniera e senza questa disfatta sulle spalle. La Federazione annuncia gli stati generali, si prende un altro giorno per pensare invece di salutare, opzione che il presidente Tavecchio non ha in agenda. Mentre Ventura è pronto a lasciare. A modo suo però

 

 

Il signor libidine si è presentato con una parola che circolava nel 1982 e ci ha portato agli antipodi di quell’estate. Il suo nome resterà legato a questa disfatta e magari non lo meritava, ma ha infilato tutte le gaffe che poteva per saldare il suo stile al punto più basso raggiunto dal nostro calcio. Dalla prima partita contro Israele, quando ancora il gioco girava, ma lui non aveva idea dei nomi degli avversari, ai coccodrilli del Bernabeu, lo stadio che doveva essere, appunto, «come un altro, non una giungla», e invece ha segnato l’inizio della fine. In effetti ci hanno divorati, coccodrilli o no. E non ci siamo più ripresi. 

 

Lui, sempre abbronzato, camicia aperta, controfigura di un Dogui, indimenticato yuppie, con le battute di Jerry Calà: «Libidine, doppia libidine, libidine con i fiocchi». E poche altre variazioni sul tema, un universo ormai fuori sincrono con la realtà. In una carriera di retrovia gli è spesso capitato di svelare del talento: da Bonucci e Ranocchia nel suo brillante Bari, a Immobile nel risvegliato Toro. Sceglierlo è di certo stato un azzardo e, a questo punto si può dire, un madornale errore, però una logica poteva pure esserci. L’idea era di spremere da questa Italia le qualità che la nuova generazione possiede e fatica a mostrare, Ventura aveva le caratteristiche per riuscirci. Purtroppo pure i dichiarati limiti per abbandonare l’opera a metà. E si è fermato anche prima. 

 

 

Fuori dallo spogliatoio  

La brutale sconfitta con la Spagna ha lasciato lividi e paure e da lì l’avventura impostata come Vacanze di Natale è diventata un incubo da affrontare davvero. Ventura non ha mai avuto gli anticorpi per una situazione così. Si è trincerato dietro le critiche, si è proclamato stizzito bersaglio, ma intanto i suoi giocatori lo hanno chiuso fuori dallo spogliatoio e lui li ha pure lasciati fare. Da lì in poi ogni uomo che è entrato in campo a sostituire qualcun altro si è guardato intorno come a dire «non so che faccio qui». Fino al rifiuto di De Rossi di scaldarsi contro la Svezia: «Dobbiamo vincere, non pareggiare». E indicava Insigne. Labiali e gesti plateali, fronte telecamera, tra ragazzi abituati a bisbigliare con la mano davanti alla bocca secondo la scuola Cassano. Volevano di certo che il messaggio arrivasse eppure l’allenatore insiste, ancora con le mani in tasca: «Io in campo ho visto il contrario, ho visto una gran voglia e senza intesa non ci si propone così». Come se le immagine di De Rossi rallentate un frame dopo l’altro non si fossero già riprodotte all’infinito. Lui del resto sta nel 1982, tempo in cui la panchina non veniva vivisezionata via social. A questo punto piacerebbe anche a noi svegliarci in quell’estate, solo che dobbiamo inventarci un modo per affrontare questa.  

 

Le ultime mosse disperate hanno dato il senso della completa sconnessione tra uomini e tecnico. Debuttanti nel giorno del giudizio, attacco semi-inedito per trovare gol indispensabili. Il buio persino prima della siepe o la libidine di una provocazione, solo che il fiocco non è proprio riuscito. Le dimissioni, ad accordi raggiunti, sono scontate quanto le responsabilità. Non si esclude l’esilio in un cinepanettone. 

 

 

 

 

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