La morte dello sceicco Abd al-Wahid Pallavicini

Aveva fondato la Comunità religiosa islamica italiana. Figura sempre presente negli appuntamenti di dialogo interreligioso

Abd al-Wahid Pallavicini (foto da YouTube)


Pubblicato il 14/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 23:10
MILANO

Domenica scorsa, 12 novembre, a 91 anni è mancato lo Shaykh Abd al Wahid Pallavicini: il primo italiano convertito all'islam (nell'ordine Sufi), poi pioniere musulmano e forte sostenitore del dialogo tra le religioni di ceppo abramitico. Ne ha dato notizia nel pomeriggio di oggi la Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana della quale Shaykh Abd al Wahid Pallavicini era stato fondatore negli anni Novanta («per preservare il patrimonio intellettuale della tradizione islamica») ed era presidente onorario.  

 

Figura carismatica, Felice Pallavicini (così all'anagrafe, questo discendente di una nobile e antica famiglia lombarda), nato a Milano nel 1926, laurea in Medicina, nel 1951 aveva abbracciato l'islam seguendo le orme della sua «guida spirituale» René Guénon. La sua conversione - nelle mani di Titus Ibrahim Burckhardt - avvenne più in particolare il 7 gennaio 1951, mentre si spegneva al Cairo il celebre metafisico francese, suo maestro, dal quale prese il nuovo nome (che significa «Il servo dell'Unico»).  

 

In quel periodo in Italia ben poco si sapeva del mondo musulmano e non era arrivata nemmeno la prima ondata di egiziani, marocchini, tunisini, emigrati per lavoro, o come nel caso dei siriani, soprattutto per motivi di studio. Parecchi anni dopo di lui nella schiera degli italiani convertiti all'islam sarebbero entrate figure parecchio diverse come Rosario Pasquini Abdu r-Rahmàn, Hamza Roberto Piccardo, Adel Smith, Mario Abdullah Cavallaro, Faysal Alfredo Maiolese, Ali Federico Schuetz, Mario Scialoja, Gabriele Mandel, Sulayman La Spina Franco, Yusuf Sarno, Abdel Rauf Raffaele Schettino, Sara Hima Vergeri, Patrizia Khadija Dal Monte ed altri arrivati ormai alla terza generazione, purtroppo in un contesto del tutto mutato.  

 

Da ricordare in ogni caso che solo dopo tante peregrinazioni, nel 1980, Pallavicini aveva ottenuto l'autorizzazione a condurre come maestro un ramo autonomo della confraternita islamica Ahmadiyya-Idrissiyya (contrapposto all'islamismo wahabita, quello dell'Arabia Saudita), confraternita di cui divenne poi maestro in Italia. Onnipresente negli incontri di carattere interreligioso (fu scelto a rappresentare l'islam italiano sin dallo storico incontro di Assisi nel 1986 voluto da Giovanni Paolo II), lo si poteva incontrare al Meeting di Rimini, a Lourdes, nella basilica di Sant'Antonio a Padova, a Montecitorio o a Sant'Egidio), riconoscibilissimo anche nelle sale gremite con il suo immancabile mantello e turbante (portato in Italia come a Gerusalemme, al Cairo, San Pietroburgo, a Rabat, Bruxelles, Siviglia, Parigi, o in Vaticano, regolarmente invitato in alti consessi).  

 

In realtà Pallavicini si è lasciato dietro una vita non comune trascorsa per molti anni tra Occidente e Oriente, dopo essere sfuggito alla fucilazione da parte dei fascisti al termine della seconda guerra mondiale. La sua ricerca di una vita spirituale lo ha aveva portato a conoscere maestri del sufismo islamico dal vicino Oriente sino al sud-est asiatico. Al pari di altri intellettuali aveva inoltre approfondito il cosiddetto mondo tradizionalista occidentale formatosi in Italia anche attorno alla figura di Julius Evola, traduttore di Guénon. E anche per questo fatto, si è provato a screditarne l'ortodossia islamica riconosciuta da Titus Ibrahim Burckhardt.  

 

In ogni caso, se è vero, come ricordano i suoi amici della Coreis, che «le sue testimonianze per un ecumenismo al vertice risuonano degli insegnamenti dei maestri spirituali musulmani che rinnovano nell’umanità il ricordo di Dio», è indubbio che ha favorito la costruzione di associazioni divenute punti di riferimento significativo per il culto, l'educazione e la cultura islamica: in Francia (con l’Institut des Hautes Etudes Islamiques); in Italia (con la già ricordata Coreis, e con l’Isa, ovvero l'Interreligious Studies Academy). Inoltre il suo dinamismo, certo non apprezzato da tutta la comunità musulmana, ha consentito lo stabilirsi di relazioni sia presso le istituzioni dello Stato, sia presso i rappresentanti di altre religioni, con larghe frange di un islam italiano chiamato a vivere un'intensa spiritualità.  

 

Anche per questo si era conquistato la stima degli ultimi tre pontefici, come pure di tanti rabbini in Europa, negli Usa, in Israele. E non a caso per ricordarlo si cominciano in queste ore a citare lunghi brani da alcuni suoi libri. Come il seguente da «Il nome di Dio nell’Islam», edito dal Messaggero di Padova: «Ai nostri discepoli chiediamo di tenersi saldi nei principi della fede senza scendere a compromessi con le crescenti suggestioni di questo mondo; alle autorità spirituali chiediamo invece di tenere fede allo spirito di fratellanza che abbiamo condiviso nel corso di più di quarant’anni di dialogo, con particolare attenzione a un sempre più necessario affinamento intellettuale e a un discernimento sui segni dei tempi, mentre alle autorità civili chiediamo di sostenere anche fattivamente una realtà spirituale eccezionale nel suo genere, dalla quale possono dipendere non pochi delicati equilibri nei rapporti fra Oriente e Occidente, equilibri che potrebbero divenire ancora più importanti nel corso dei prossimi anni».  

 

Così scriveva lo sceicco che parlava sempre di dialogo, mancato domenica scorsa, padre di Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis e imam della moschea Al Wahid di Milano. La stessa moschea sarà aperta al pubblico dalle 12 di venerdì 17 e onorerà la preghiera al defunto dopo quella rituale comunitaria alle 13,30. 

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