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ANSA
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 15/11/2017.
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La solitudine di Ventura: “Ero venuto per costruire”

Rabbia e orgoglio di un tecnico che sa di avere deluso gli italiani. “Buffon, Barzagli, Chiellini: ho lavorato con degli uomini veri”

E l’una di notte. Qualche minuto in più: le luci di San Siro, teatro della delusione infinita, sono ancora accese quando Giampiero Ventura sale in macchina e sgomma via. 

 

Divisa della Nazionale addosso, così come il peso di un Mondiale che guarderemo in tv, il prossimo ex ct - oggi l’interruzione del rapporto con la Figc - ha gli occhi rossi, il passo un po’ dinoccolato e, soprattutto, la testa ancora dentro alla partita: l’Italia è già in campo per il processo, Ventura arriva nell’hotel quartier generale della Federazione a Milano, a due passi dalla stazione, e comincia la sua lunga notte. 

 

L’amaro congedo  

Lacrime e ancora lacrime. Il film, l’ultima scena, riparte dallo spogliatoio: Buffon non riesce a smettere di piangere e, al centro dello stanzone, racconta cosa significhi vivere l’azzurro e farlo con rispetto. Poi tocca a De Rossi e a lui, al commissario tecnico del ko. «Ho avuto la fortuna di lavorare con uomini veri», dice Ventura. Orgoglio e appartenenza: squadra da una parte, allenatore dall’altra, così gli spifferi nelle ore dopo la caduta di Madrid del 2 settembre scorso. Spifferi però che per Ventura lasciano spazio a una partita, quella della mancata svolta, dove nessuno si è tirato indietro, anzi dove ognuno ha provato a dare più di quello che aveva in corpo. 

 

È tardi. Quasi notte inoltrata e, divisa della Nazionale addosso, Ventura è ancora in partita. L’adrenalina è forte, il pensiero di quello che poteva essere e non è anche. Ha abbracciato i giocatori uno alla volta, ha aspettato che uscissero tutti dallo spogliatoio. «Ora capisco perché certe squadre vincono. E lo fanno con continuità: ci sono i bravi, i molto bravi e gli uomini veri», riflette. L’Italia è fuori dal Mondiale, non accadeva da sessant’anni, è accaduto ora: l’allenatore dello spareggio fallito sente il peso della responsabilità, ma sente anche il momento dell’addio di chi ha fatto la storia della Nazionale. 

 

L’addio ai senatori  

Buffon. Poi, Barzagli e Chiellini. «Li ringrazio, un esempio per tutti. Un patrimonio unico che l’Italia perde», ripete. Un ringraziamento che va anche all’ultimo arrivato, quel Jorginho sotto i riflettori nell’ora più delicata e fra i più scossi dalla fine dei giochi mondiali. «Sapevo che era forte, lo è anche come ragazzo», dice l’ex ct. Il senso di isolamento c’è: Ventura sa che, fuori dal grande albergo milanese, è ormai il tempo della buriana. Anche chi giocava al suo fianco prima della tappa di Stoccolma adesso gli gioca contro, tutto in un attimo, tutto così veloce. Non si ribella, l’ex ct. Ma vorrebbe spiegare cosa è accaduto, farlo non per cercare alibi, ma per dare un senso, reale, ai fatti da quando, a metà luglio dell’anno scorso, è diventato l’allenatore degli italiani.  

 

Il progetto svanisce  

«Ero venuto per costruire e invece». In poche parole c’è tutta l’amarezza per un progetto in cui Ventura credeva, ma che richiedeva tempo per la sua, possibile, realizzazione. L’insuccesso con la Svezia ha spezzato tutto e le colpe vanno divise: così non ha più senso elencare i giovani che, nella sua lavagna, avrebbero trovato spazio dopo il Mondiale e in vista degli Europei del 2020. «Mi piacerebbe che se l’Italia dovesse vincere qualcosa negli anni a venire qualcuno si ricordasse del mio lavoro» è stato il biglietto da visita di un ct che vive la sua notte più lunga sapendo cosa lo aspetta al risveglio. Non ci sono gli stage per studiare i più giovani, non c’è il sorteggio di Mosca per i gironi mondiali, non ci sono le amichevoli con Inghilterra e Argentina: resta il senso di profonda incompiutezza che rimarrà per sempre.  

 

guglielmo buccheri
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