Lei romena, lui italiano: dieci anni di abusi e la congiura del silenzio

Una storia di violenza senza uguali si è consumata nel nostro Paese. Perché è giusto parlarne
ANSA

L’interno della baracca dove una donna di 29 anni è stata segregata e ritrovata


Pubblicato il 23/11/2017
Ultima modifica il 23/11/2017 alle ore 18:59

Schiavizzata, abusata sessualmente e segregata in un tugurio per dieci lunghi anni nei quali sono nati due bambini di 3 e 9 anni. Figli delle ripetute violenze sessuali che hanno condiviso a occhi aperti anche con la madre. La storia non è la solita arrivataci dagli Stati Uniti ma l’orrore questa volta si consuma nelle campagne italiane di Gizzeria, cornice di una storia senza volto, nome, né un giusto spazio mediatico (strano, dato che il tema violenza sulle donne è caldo!), dove ad essere coinvolta è una giovane schiava del 2017. 

 

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Ma tant’è che la violenza dei dieci anni vissuti nel più inquietante e solitario orrore, ci esplode in volto per le immagini raccapriccianti del luogo della sua prigionia e i dettagli del racconto, nello stesso giorno in cui si discettava su una notizia fake, che riguardava una bambina immaginaria di fede musulmana, abusata da un uomo più grande. E così, la fantasia e la fake news hanno preso lo spazio, e il tempo della realtà, e della notizia vera. Che scompiglia i soliti attori della cronaca, quasi come se i ruoli, del buono e il cattivo, fossero ormai prestabiliti e dunque, questa storia che li ribalta ci attraversa come un’ombra e ci sfiora nella narrazione.  

A distanza di 24 ore proviamo a riportarla almeno per due motivi. 

 

Il primo: la vittima, la schiava, la donna e la madre, secondo quanto riportano i giornali locali di Lamezia Terme, ha 29 anni. Faceva la badante di una signora finchè quest’ultima è morta, e il compagno vedovo, quando la badante era ancora diciannovenne si impossessò del suo corpo e del suo spazio segregandola e facendole subire reiterate e crudeli violenze sessuali oltre a inaudite e gravi lesioni anche alle parti intime durante i periodi di gravidanza, alcune delle quali suturate con una lenza da pesca direttamente dall’uomo. Questa donna, la vittima, era un’immigrata di origine rumena. Punto. 

 

Il suo carnefice, l’uomo che ha abusato per dieci anni di lei, costringendola a vivere nel degrado in una baracca con i figli, con il divieto di avere contatti con l’esterno, ha 52 anni, è pregiudicato con precedenti specifici in materia sessuale ed è italiano.  

 

E quindi passiamo al secondo motivo: le nazionalità, quando si tratta di raccontare fatti di cronaca dovrebbero importare poco perché le vittime e i carnefici non possono avere attenuanti o aggravanti rispetto ai loro passaporti, fede o etnia, altrimenti la giustizia perderebbe in partenza la sua posizione di super partes. 

 

Sappiamo però a occhio, che se il carnefice fosse stato di nazionalità rumena e la vittima italiana, i riflettori su questa storia sarebbero stati accesi diversamente. Ma siccome non è la prima volta che la realtà dei fatti si burla delle nostre certezze e ci sveglia bruscamente facendoci cadere dalle nostre tifoserie di parte, immigrati da una parte italiani dall’altra, approfitto per riportare al centro di questa storia i suoi veri attori e la sua sintesi: in una baracca sperduta nelle campagne italiane, una giovane donna sola, straniera con due bambini è stata abusata per dieci lunghi anni da un uomo senza che nessuno se ne accorgesse.  

 

Non abbiate paura, e accendete bene le luci anche su questa storia, potrebbe aiutarci meglio nella complessa costruzione di quel puzzle che abbiamo intitolato: violenza sulle donne.  

 

 

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