Da Di Battista a Pisapia, gli “antipoltronisti” che “saltano un giro”

ANSA

Alessandro Di Battista


Pubblicato il 18/12/2017
Ultima modifica il 18/12/2017 alle ore 15:25

Il primo a inaugurare la tendenza è stato Alessandro Di Battista con la sua «scelta di cuore». Poi c’è stata la sconsolata ritirata di Giuliano Pisapia, essendo «impossibile proseguire nel confronto col Pd». Lo stesso giorno, dagli schermi di Porta a porta, è stato il ministro Alfano ad annunciare un «gesto» che lo ripaghi da anni di accuse di «poltronismo». 

 

In questa vigilia di elezioni, tra tanti che si affannano a trovare uno strapuntino in lista, brillano quelli che invece si tirano indietro. Saltano un giro. Dicono «no, grazie».  

 

Per forza o per amore, piccoli, grandi o potenziali leader che, chissà, forse si tengono in tasca una vita di riserva. 

 

 

Perché sulla prossima legislatura, a oggi nessuno scommetterebbe un euro: con il Rosatellum e tre poli consistenti in corsa, sono in molti convinti che una maggioranza chiara sia quasi impossibile da ottenere. E così si rincorrono le previsioni più diverse, dalle larghe intese a un fulmineo ritorno alle urne; fino a ipotesi hard come quella avanzata qualche sera fa in una cena tra amici dall’ex ministro di Fi Gianfranco Rotondi: un governo delle forze del no al referendum, tenute insieme dal principio della non sfiducia, su modello di quello Andreotti del ’76. 

 

In questo panorama nebuloso, ecco che per leader o possibili tali tirarsi indietro potrebbe essere la scelta vincente. Si prende fiato, ci si allontana dalla mischia, e se il prossimo giro di giostra durerà poco, si può sempre decidere di tornare a bordo freschi e riposati. Riserve dei partiti o addirittura della Repubblica. 

 

Pochi giorni fa, postando su Facebook il video di un suo discorso alla Camera, Di Battista lo ha commentato come «l’ultimo intervento (per adesso…) della mia vita parlamentare»: il 2018 sarà l’anno del gemello diverso Luigi Di Maio, più avanti chissà. Anche Alfano, annunciando la sua non ricandidatura, ha però chiarito che non si allontanerà dalla politica: a 47 anni, il tempo di una legislatura forse breve e magari un altro giro ci può stare.  

 

Chi resta a guardare i Palazzi da lontano, per ora, sono i governatori del Nord, punte di diamante della coalizione del centrodestra: Roberto Maroni si ricandida in Lombardia; Giovanni Toti e Luca Zaia restano in Liguria e Veneto. Mentre Berlusconi e Salvini cercano faticosamente un modus vivendi, loro coltivano territorio e base elettorale: un domani, logorati gli attuali capipartito, potrebbe essere il loro turno. Oppure, magari, di un esterno che si è fatto apprezzare in questi anni da ministro dello Sviluppo: Carlo Calenda ha spiegato fino allo sfinimento che non intende candidarsi, ma molti lo guardano con interesse come ipotetico premier di larghe intese. 

 

 

Nel centrosinistra, Walter Veltroni ha ribadito più volte di non volersi ricandidare. Silente per anni dopo la fine della sua esperienza da segretario, negli ultimi tempi ha però ripreso a dire la sua. Che, dentro al Pd, ha sempre un certo peso: per lui, come per Romano Prodi, ciclicamente si parla dell’ipotesi di un ritorno in campo in caso di tracollo di Renzi. Domanda che viene sovente riproposta anche all’ex premier Enrico Letta: oggi professore a Parigi, con i suoi 51 anni di cui buona parte spesi ai piani più alti della politica, ha ancora carte da giocare. 

 

E poi ci sono le figure di chi non si è mai candidato e continuerà a non farlo, ma gode di una stima diffusa e trasversale che lo fa diventare sorvegliato speciale. Come il presidente dell’Anac, l’autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, che ha messo in chiaro di non volersi presentare alle elezioni. Il suo mandato però scade nel 2020: in tempo, magari, per un eventuale secondo giro. 

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