Malattie infiammatorie intestinali in crescita: la causa è l’occidentalizazzione degli stili di vita


Pubblicato il 08/01/2018
Ultima modifica il 08/01/2018 alle ore 09:18

Era un sospetto, finora: quello che le malattie infiammatorie intestinali fossero una peculiarità del nostro tempo. È una certezza adesso, dopo aver monitorato l’andamento delle due condizioni più frequenti dal 1990 a oggi: la rettocolite ulcerosa e il morbo di Crohn .  

 

I numeri delle due malattie sono in crescita costante in maniera pressoché diffusa sul Pianeta: in Europa come in Africa, nel Medio Oriente come in Sud America. Il filo conduttore sembra essere legato all’occidentalizzazione degli stili di vita, che nella pratica si traduce nel consumo di alimenti elaborati e nell’aumento della presenza di industrie sul territorio. Al momento, però, non ci sono gli elementi per provare una correlazione diretta tra questi aspetti e la crescita nei numeri delle due malattie.  

 

Malattie in aumento nella società occidentale  

La riflessione emerge da una metanalisi pubblicata sulla rivista «The Lancet», frutto della collaborazione di tre atenei: Birmingham (Gran Bretagna), Calgary (Canada) e Hong Kong (Cina).  

 

I ricercatori hanno passato in rassegna i 147 studi osservazionali condotti in tutto il mondo al fine di scattare un’istantanea delle due principali malattie infiammatorie croniche intestinali. Dal lavoro è emerso che, a cavallo del ventunesimo secolo, la rettocolite ulcerosa e il morbo di Crohn sono divenute più frequenti rispetto al passato. Il trend di crescita della diffusione è stato ubiquitario e ha coinvolto pure i bambini.  

 

Segno che, per dirla con di Siew Ng, ricercatore nel laboratorio che studia le malattie digestive all’Università di Hong Kong, «l’influenza ambientale sta giocando un ruolo rilevante, su una popolazione che comunque si presenta suscettibile sul piano genetico».  

 

Aggiunge Gilaad Kaplan, co-direttore del programma di ricerca sulla salute ambientale a Calgary: «La crescita nella prevalenza di queste malattie nel mondo occidentale evidenzia la necessità di sviluppare la ricerca sul fronte della prevenzione e dell’innovazione nelle cure per gestire condizioni complesse. Senza trascurare che, nei Paesi in via di industrializzazione, l’iceberg potrebbe essere ancora sommerso e prossimo a venire alla luce». 

 

Malattie in aumento nella società occidentale  

A spiccare, come detto, sono i numeri della rettocolite ulcerosa e del morbo di Crohn. La prima è una malattia infiammatoria che si limita al colon, a differenza della seconda: che può colpire anche l’intestino tenue e lo stomaco. Il trend descritto nella ricerca è lo stesso che gli esperti osservano in Italia. A esserne più colpiti sono gli adulti tra i 20 e i 30 anni: con un impatto sulla qualità della vita mica da poco. Un caso su cinque, invece, viene riscontrato in pazienti in età pediatrica: paradossalmente più pronti a metabolizzare una diagnosi di malattia cronica, destinata a perdurare per tutta la vita.  

 

Facile dunque capire perché le conseguenze, oltre che fisiche, siano di natura psicologica. «Attualmente in Italia si stima che siano affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn tra le 200 e le 250mila persone - spiega Marco Daperno, gastroenterologo all’ospedale Mauriziano di Torino -. La colite ulcerosa è una malattia che deve essere controllata in maniera decisa, perché a differenza del Crohn può essere caratterizzata da manifestazioni più violente e immediate che richiedono un ricovero tempestivo e un trattamento intensivo. In un numero non trascurabile di casi può richiedere l’intervento chirurgico come soluzione necessaria».  

 

Quest’ultima è un’operazione impegnativa, in quanto richiede l’asportazione di tutto il colon e quindi una variazione complessiva dello stile di vita. «Le terapie mediche riescono a garantire la completa remissione non solo dei sintomi, ma anche dell’aspetto endoscopico e istologico, che è diventato un chiaro obiettivo terapeutico, poiché è stato dimostrato che i pazienti che presentano problemi di tipo endoscopico e istologico hanno un accesso di rischio a polipi o tumori del colon».  

 

Negli ultimi vent’anni i farmaci biologici hanno cambiato il modo di trattare le malattie infiammatorie intestinali, così come in altri ambiti delle malattie immuno-mediate hanno fatto in reumatologia e in dermatologia. Il giovamento si deve soprattutto all’avvento dei farmaci anti-TNF prima e poi più di recente dei farmaci anti-integrine, a cui si stanno per aggiungere ulteriori nuovi farmaci. Attualmente il paziente che non risponde a una terapia di primo livello, di tipo tradizionale, ha una serie di opzioni ulteriori che possono ridurre il rischio della colectomia (asportazione chirurgica del colon o di parte di esso) nel caso della colite ulcerosa o di alcuni interventi, anche mutilanti, nel caso del Crohn. 

Twitter @fabioditodaro  

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