Trattamenti post infarto: per le donne standard inferiori e quindi rischi più alti


Pubblicato il 08/01/2018
Ultima modifica il 08/01/2018 alle ore 12:18

Dopo un attacco cardiaco, le donne non ricevono lo stesso standard di terapie che riceve un uomo, e nell'anno successivo all'infarto hanno un rischio triplo di morire rispetto ai maschi reduci da infarto. 

 

È quanto emerso da una ricerca condotta tra University of Leeds (in GB) e Istituto Karolinska di Stoccolma, che ha coinvolto 180.368 individui tra uomini e donne, tutti reduci da un infarto. 

 

Dallo studio, pubblicato sul Journal of the American Heart Association e riferito online dalla BBC Health, è emerso che, rispetto agli uomini, le donne in media hanno una minore probabilità di vedersi prescritte le terapie standard raccomandate dalle linee guida dopo un infarto, ad esempio l'aspirinetta o i farmaci contro il colesterolo alto. 

 

L'idea tipica di un paziente con infarto è quella di un uomo di mezza età, sovrappeso, fumatore e con diabete, sottolinea uno degli autori, Chris Gale; in realtà «gli infarti riguardano un ampio spettro di popolazione, comprese le donne». 

 

Dallo studio è emerso che le donne hanno chance del 34% più basse dei maschi di essere sottoposte a procedure quali bypass e stent nelle situazioni in cui questi interventi servirebbero. Inoltre hanno chance del 24% inferiori rispetto ai maschi di vedersi prescritte le statine (contro il colesterolo alto), e una probabilità inferiore del 16% di ricevere la prescrizione di aspirina, che serve nella prevenzione dei trombi. Eppure queste medicine sono ugualmente raccomandate per entrambi i sessi. 

 

Secondo lo studio, se le donne ricevessero tutte le terapie raccomandate dopo un infarto, la forbice nella mortalità tra i due sessi si annullerebbe.  

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