Al Regio la Turandot resta incompiuta

Altro che finali cambiati: l’opera rappresentata così come l’aveva lasciata Puccini prima di morire

Un’immagine del nuovo trascendentale allestimento di «Turandot» a opera di Stefano Poda nel quale scene e costumi sottolineano il gelo della principessa sanguinaria contrapposto alla passione del principe Calaf


Pubblicato il 11/01/2018
Ultima modifica il 13/01/2018 alle ore 11:19
TORINO

I finali d’opera alternativi sono di moda. Dopo la «Carmen» con finale modificato di Firenze di cui tanto si è blaterato, arriva la «Turandot» senza finale di Torino. Stile sabaudo, però: per una volta, l’evento sarà creato per sottrazione invece che per alterazione (o magari per aggiunta). Gianandrea Noseda ha infatti deciso che la «sua» «Turandot» finirà dove l’ha lasciata incompiuta Puccini, dopo la morte di Liù, cioè senza il finalone spurio composto da Franco Alfano. 

 

UNA RARITÀ  

È una rarità, non una novità. Già alla prima assoluta dell’opera alla Scala, il 25 aprile 1926 (postuma: Puccini era morto il 29 novembre 1924), Arturo Toscanini fermò tutto a metà del terz’atto, cioè alle ultime battute completate dal sor Giacomo, si voltò verso il pubblico e disse (o almeno si dice che abbia detto, visto che la circostanza è controversa e le parole esatte discusse): «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto». Cosa peraltro non vera perché Puccini aveva lasciato valanghe di abbozzi per quel che restava.  

Martedì al Regio Noseda si bloccherà allo stesso punto, anche se - supponiamo - senza discorsetto. Il perché l’ha ampiamente spiegato nelle dichiarazioni pre-prima: «Quella fine non mi ha mai convinto. Non ho mai capito quel lieto fine esagerato. Puccini si era fermato tre anni, prima di morire, su quel momento che non riusciva a rendere drammaturgicamente. Noi, quindi, concluderemo l’opera dopo la morte di Liù, con un finale che forse arriverà di più al cuore degli spettatori». 

 

 

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Niente finale, quindi. Né quello originale di Alfano, molto lungo ed elaborato, che utilizzava gran parte degli abbozzi di Puccini ma che non si ascolta praticamente mai, né l’Alfano-bis che si esegue comunemente, una versione tagliata e, diciamolo, un po’ pasticciata che fa terminare l’opera in un’atmosfera fra il trionfo e il comizio. E nemmeno le ipotesi moderne, fra cui spicca quella tutta per sottrazione, in diminuendo, di Luciano Berio, che debuttò nel 2001 e poi ha conosciuto una bella fortuna : l’ha proposta anche Riccardo Chailly all’ultima «Turandot» della Scala. 

 

UNA MANTIDE ESPRESSIONISTA  

Invece al Regio l’opera resterà come l’aveva lasciata Puccini: incompiuta. Il maestro fu incapace di trovare una soluzione, e forse più dal punto di vista teatrale che musicale, al problema di questa mantide espressionista che divora i suoi pretendenti e che, dopo averne sgozzato e segato e scapitozzato un bel po’, fatto torturare la povera Liù, commesso nefandezze varie, improvvisamente bacia il tenore e diventa più amorosa di Mimì. Metafora, come si è detto fin troppo, dell’esaurimento definitivo della tradizione operistica italiana.  

Chissà se Appendino commenterà, come ha improvvidamente fatto il suo collega fiorentino Nardella a proposito di Carmen che ammazza don José e non viceversa (con l’aggravante di voler mandare un messaggio contro il femminicidio: e allora non diamo più il«Don Giovanni» per non incentivare il gallismo).  

Intanto la«Turandot» del Regio, con nove recite fino al 25, ha già fatto il tutto esaurito per tutte le date. La nuova produzione è di Stefano Poda, che lo annuncia spettacolare e metafisico, e di certo molto personale: firma tutto lui, regia, scene, costumi, coreografia e luci. Lo spettacolo sarà visibile in streaming gratuito per sei mesi a partire dal 25 sulla piattaforma OperaVision. 

 

 

IL CAST  

Infine, il cast, anzi i cast perché ce ne sono due, almeno per le prime parti. Dunque, in Turandot si alterneranno Rebeka Lokar e Teresa Romano; in Liù, Erika Grimaldi e Natalia Pavlova. I Calaf sono addirittura tre: Jorge de León, Diego Torre e Gaston Rivero. E poi In-Sun Sim come Timur, Marco Filippo Romano, Luca Casalin e Mikeldi Atxalandabaso per i te ministri. Dall’attesa, si prospetta una «prima» importante. A eventuali divini mondani in trasferta operistica preghiamo di ricordarsi di Calaf: «Nessun dorma!». 

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