Toh, fare del bene fa guadagnare la collettività

Per la prima volta in Italia uno studio dimostra quello che tante volte è stato sostenuto per solidarietà e umanità


Pubblicato il 11/01/2018
milano

Fare del bene conviene? Sì, soprattutto dal punto di vista economico. Per la prima volta in Italia uno studio dimostra a livello scientifico quello che tante volte è stato sostenuto per esigenze di solidarietà e motivazioni umanitarie. Aiutare i minori in difficoltà genera un guadagno economico per tutta la collettività. Nello specifico, per ogni euro investito in progetti che sostengono giovani in condizioni di disagio si ha un ritorno pari a 3,1 euro. L’analisi, condotta dalla Fondazione Lang su richiesta dell’associazione centro aiuto minori e famiglie, ha preso in esame cinque servizi erogati dalla onlus milanese nel periodo compreso tra il 2014 e il 2016: prevenzione “Diventare genitori attraverso l’home visiting”, accoglienza e cura residenziale per i bambini tra i 3 e i 12 anni e per i ragazzi tra i 13 e i 18 anni, accoglienza e cura semi-residenziale per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni e affido. Per ciascuna delle attività svolte dal Caf, attivo a Milano dal 1979, la Fondazione Lang ha calcolato il cosiddetto “Sroi”, social return of investiment, ovvero il ritorno sociale dato dall’investimento economico che si traduce in una serie di risparmi a favore degli enti pubblici e delle famiglie. Cure sanitarie, costi scolastici straordinari, interventi di pubblica sicurezza, attivazione dei tribunali: tutte spese che possono essere ridotte a fronte di un iniziale investimento nel sostegno ai minori in difficoltà. 

Da oltre dieci anni, Serena Kaneklin si impegna per abbattere sempre di più la percentuale dei bambini che vengono allontanati dai propri genitori perché incapaci di prendersene cura. Come? «Intervenendo prima», racconta questa mamma responsabile del servizio prevenzione “Diventare genitori attraverso l’home visiting” del Caf. «Abbiamo attivato un protocollo per bambini che mira ad aiutare non solo i genitori minorenni o le mamme straniere sole ma anche donne in carriera che di fronte alla nascita del primo figlio si trovano in condizioni di enorme difficoltà emotiva. Il dramma di una città all’avanguardia come Milano è l’isolamento sociale che vivono molto madri, ben il 47%, sia durante la fase della gravidanza sia nella crescita del figlio. “Sanitarizzare” la maternità ha portato al crollo di quella rete sociale fondamentale per affrontare in serenità uno dei più grandi stravolgimenti che una donna vive nella sua vita». Tra le 30 famiglie prese in carico a Milano ogni anno dal Caf, di cui una quindicina in maniera continuativa, ce n’è una composta da due genitori minorenni, mamma italiana e papà sudamericano. Le bande di latinos, la violenza, la convivenza difficile con la famiglia italiana hanno messo in evidenza i limiti di una coppia che comunque desidera crescere il proprio figlio. «Senza il servizio di home visiting con operatrici formate, assistenza nell’andare dal pediatra, sostegno nella gestione della casa, questo bimbo sarebbe stato tolto alla famiglia con un grave costo per la comunità», spiega Serena Kaneklin. «Il nostro centro di incontro mamma-bambino con psicologhe, psicomotriciste ed educatrici, cerca di intervenire prima che le situazioni di disagio degenerino e per sopperire all’isolamento che vivono le mamme. Anch’io ci sono andata con mia figlia», confida Serena, «come molte madri avvocato di Milano che hanno colto i fattori di rischio». 

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