Dal barcone in Libia al dottorato, la favola del professore Alagie

Fuggito dal Gambia e perseguitato dal dittatore Jammeh. Poi le torture. «Dopo due master sogno di diventare il presidente del mio Paese»

A Valencia Alagie ha iniziato un dottorato di ricerca sui diritti dei migranti. In Gambia insegnava inglese, faceva il giornalista freelance e l’attivista politico


Pubblicato il 13/01/2018
Ultima modifica il 13/01/2018 alle ore 19:00
torino

Le onde gelide che schiaffeggiano il gommone. Le urla di terrore dei compagni di viaggio ammassati uno sull’altro. La brutalità degli scafisti. Quando prende sonno, poche ore a notte, Alagie Jinkang ha ancora gli incubi. E la sua mente torna al novembre 2013, quando ha attraversato il Mediterraneo su una carretta del mare. «Ero certo che sarei morto, ma siamo sopravvissuti tutti», racconta oggi. Della traversata non parla volentieri. Non perché sia una ferita aperta. «Adesso sono un’altra persona, ho voltato pagina. Non sono più il ragazzo fuggito dalla Libia su un barcone. Per fortuna sono diventato altro», dice sorridendo poco prima di imbarcarsi su un volo per Valencia. In Spagna continuerà il dottorato di ricerca in giurisprudenza (specializzazione in diritti umani) iniziato all’università di Palermo.  

 

La nuova vita di questo ragazzo gambiano di 28 anni inizia quando sbarca a Pozzallo. «Il mio primo pensiero era imparare l’italiano. Ho subito cercato una libreria, anche se non avevo un soldo». Il commesso, poi diventato suo grande amico, gli regala un vocabolario. E gli dà il soprannome con cui lo conoscono ancora tutti: il professore. Ma la vera salvezza di Alagie ha i volti sorridenti di Enzo Bozza e Rosaria Palumbo, una coppia di torinesi in vacanza a Pozzallo. Lo conoscono al Caffé Letterario e lo «adottano», offrendogli l’opportunità di seguirli sotto la Mole. «Ci ha stupito perché chiedeva solo di poter studiare. Era il suo più grande desiderio», racconta Enzo Bozza, che ora Alagie chiama papà. L’occasione della svolta arriva da una borsa di studio vinta all’International university college (Iuc) di Torino, dove nel 2016 ottiene il master in diritto, economia e finanza comparati, e di cui oggi è ricercatore.  

 

CENTIMETRI

 

Come è evidente, Alagie non è partito per disperazione. Ma ha vissuto lo stesso inferno di migliaia di persone fuggite dall’Africa. In Gambia non ha mai fatto la fame: era professore di inglese e giornalista. E anche attivista politico: la sua condanna. Durante le lezioni racconta agli studenti di avere un pensiero critico, denunciando la corruzione e i soprusi di Yayha Jammeh, dittatore che ha insanguinato il Gambia dal ‘94 fino al 2016. «Gli altri insegnanti mi guardavano storto. “Ti metterai nei guai”, mi ripetevano». Ed è stato così. Arrivano le prime minacce e Alagie è costretto ad abbandonare la scuola. Torna al suo villaggio, che trova dilaniato dall’estrazione clandestina di diamanti e minerali destinati al presidente-dittatore. Denuncia la sua scoperta con un’inchiesta su un giornale locale e poco dopo viene arrestato e portato in un campo di lavoro. «Più che prigionieri politici eravamo schiavi. E ci torturavano», racconta. Dopo due tentativi falliti riesce a scappare, «altrimenti sarei morto lì».  

 

Prima raggiunge il Senegal, poi continua la fuga in Mali. L’odissea è solo all’inizio: attraversa il Burkina Faso e il Niger. Poi arriva in Libia, dove conosce di nuovo la schiavitù. «Ma nella disgrazia sono stato fortunato. Uno dei trafficanti di esseri umani ha scoperto che ero musulmano e mi ha preso a casa sua per fare le pulizie», racconta. Ma dopo alcuni mesi viene cacciato e consegnato a uno scafista. «Io non volevo andare in Italia, ero terrorizzato». Dalle spiagge di Tripoli parte nel viaggio da incubo che ancora oggi lo tormenta di notte.  

 

A Torino ha ricominciato da zero grazie al visto umanitario, l’affetto della famiglia adottiva e il master allo Iuc. «Ho girato tutta l’Europa, in nessun posto ho trovato lo stesso calore dei fratelli italiani», sorride. Ma il suo futuro è lontano da qui. «Finito il dottorato tornerò in Gambia, voglio cambiare il mio Paese». Prima dalle cattedre universitarie. «Vorrei modificare la mentalità della scuola. Gli atenei tradizionali sono destinati alle élite che creano dittatori». In questi anni ha continuato a scrivere sui giornali del Gambia: «Spiego ai miei connazionali che l’Europa non è il paradiso. Voglio evitare che altri vivano le tragedie che ho vissuto io». Ma la sua missione è sconfiggere la corruzione che crea povertà. «Dopo la scuola voglio entrare in politica. Per migliorare il Paese, non per fare soldi».  

 

La politica, d’altronde, è nel suo Dna. Prima di essere arrestato si era candidato come parlamentare con il partito Gambia Moral Congress. Ma il presidente decise di cancellare le elezioni. «Il mio sogno? Diventare il presidente del Gambia». «Ci siamo fatti promettere che ci ospiterà nel palazzo presidenziale», scherza il padre adottivo Enzo Bozza.  

 

 

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