Quel Museo della Frutta non è per caso a San Salvario

La blogger Petunia Ollister alla scoperta di una curiosissima collezione


Pubblicato il 14/01/2018
Ultima modifica il 14/01/2018 alle ore 09:33
torino

I quartieri hanno storie ripiegate e custodite nel tessuto urbano. Quando ci abiti puoi decidere se limitarti a vedere una parte del luogo in cui vivi, oppure dispiegarne i lembi fino ad arrivare a una visione d’insieme, che supera il limite del tempo. Spesso mi è capitato di chiedermi come mai a San Salvario, in via Pietro Giuria, 15, ci sia il Museo della Frutta.  

 

Forse non tutti sanno che Torino è stata la capitale nazionale del Positivismo, il motore che ha trainato l’Italia verso la modernizzazione e che San Salvario, prima di essere tante di quelle cose che ormai è difficile ricordarle tutte, era la sede del polo scientifico cittadino e delle istituzioni di ricerca botanica e agronomica. Oltre all’Orto botanico del Valentino, c’era la Regia Stazione di Chimica Agraria, gli Orti sperimentali dell’Accademia di Agricoltura, le Serre municipali. E i vivai Burdin.  

 

Auguste Burdin - vivaista di origine savoiarde con la fissazione per il marketing -, nel 1857 ingaggiò Francesco Garnier Valletti - ex confettiere datosi alla riproduzione in cera di fiori e frutti, voluto alle corti di Vienna e San Pietroburgo - per realizzare i modelli di tutte le specie di frutti, classificati con il corretto nome scientifico e collocati nel museo annesso al vivaio. Dedito all’ossessione della riproduzione del vero Garnier Valletti affinò la tecnica andando oltre la cera: il corpo dei frutti era infatti costituito da una resina miscelata con cere naturali e gesso, materia plastica resistente ben prima della plastica. Si dannò l’anima per riprodurre il peso dei frutti e il loro aspetto. Per la peluria che riveste pesche e albicocche polverizzò la lana, per la patina di uve e susine soffiò sulle creazioni ancora umide una polvere ottenuta pestando al mortaio ciottoli di fiume che lui stesso andava a cercare, per le fragole e gli acini d’uva impiantava acheni e vinaccioli originali.  

 

Francesco Garnier Valletti riprodusse 1200 tipi di frutti e 600 uve, annotandone nomi, qualità, stagione di produzione, come testimoniano i suoi album di disegni e appunti, un campione della catalogazione e della conservazione delle biodiversità prima che il concetto venisse strutturato. Morì povero a 81 anni, difendendo il segreto della sua tecnica e lasciando alla figlia una gran quantità di frutti. La maggior parte sono esposti, in tutta la loro perfezione immutata, a San Salvario nel Museo della Frutta a lui intitolato.  

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