Morto carbonizzato all’Unibios di Trecate, i manager condannati in Appello

L’incidente del 5 maggio 2007, ribaltata la sentenza di assoluzione per tre dei quattro imputati

I carabinieri davanti all’azienda nella notte dell’incidente, 10 anni fa


Pubblicato il 08/02/2018
Ultima modifica il 10/02/2018 alle ore 10:09
trecate

Quasi undici anni fa, il 5 maggio 2007, l’operaio specializzato Marco Pradella, che avrebbe compiuto 40 anni qualche giorno dopo, morì per le ustioni derivanti dallo scoppio di un reattore all’Unibios di Trecate. Un infortunio sul lavoro che ebbe vasta eco in tutto il Novarese dal momento che la ditta chimica era già al centro di polemiche e dibattiti su sicurezza e cattivi odori anche a causa della sua posizione interna al centro abitato.  

 

Una morte senza colpevoli. Almeno fino a qualche giorno fa. La corte d’Appello di Torino ha infatti ribaltato la sentenza di assoluzione emessa nel 2011 dal tribunale di Novara al termine di un lungo e complesso dibattimento in cui i vertici aziendali erano imputati per omicidio colposo.  

I giudici di secondo grado hanno infatti condannato a 10 mesi di reclusione Vito Ruisi, amministratore e delegato per la sicurezza; Andrea Franzè, responsabile del servizio prevenzione, e Francesco Bosi, indicato come dirigente responsabile di produzione. Unica assoluzione confermata è stata quella di Alberto Giraudi, presidente del cda dell’Abc farmaceutici, società con sede in provincia di Ivrea di cui fa parte l’Unibios. 

 

«Formazione carente»  

Secondo l’accusa, la formazione degli operai era carente, le procedure di produzione degli acidi erano confuse come la distribuzione dei ruoli. E c’era una totale inconsapevolezza dei rischi da parte di chi lavorava negli impianti. Operaio esperto, all’epoca Pradella abitava da poco a Trecate in una villetta vicino all’azienda in cui lavorava anche uno dei figli. 

 

La sera del 5 maggio aveva iniziato il turno alle 22 e con altri tre colleghi, rimasti lievemente feriti nell’incidente, stava lavorando nel reparto di stoccaggio dei solventi infiammabili. Mentre da un ballatoio versava metanolo nella centrifuga dell’impianto per la produzione di acido colico, si era verificata l’esplosione. Il coperchio della cisterna era saltato e il metanolo rilasciato lo aveva investito: era morto carbonizzato. Il liquido aveva preso subito fuoco causando un incendio di vaste proporzioni spento dai vigili del fuoco solo cinque ore più tardi.  

 

Per i legali degli imputati (avvocati Mario Monteverde, Gian Paolo Zancan e Luca Basilio) nel comportamento dell’azienda e dei suoi dirigenti non era riscontrabile nulla di anomalo: hanno sottolineato come lo scoppio della centrifuga C11 fu un avvenimento abnorme, fuori controllo, fuori dagli schemi ordinari di sicurezza, dove ha influito l’errore umano. Ricorreranno in Cassazione. 

I familiari di Pradella sono stati risarciti dei danni ancora prima della conclusione del processo di primo grado. 

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