Marionetta, cinema e maschere per raccontare “Il senso della vita di Emma”

Con la regia di Fausto Paravidino al teatro Gobetti di Torino fino al 18 febbraio


Pubblicato il 14/02/2018
Ultima modifica il 14/02/2018 alle ore 12:20

Per racchiudere in una formula «Il senso della vita di Emma» Fausto Paravidino usa l’espressione «romanzo teatrale». Forse è un po’ ambiziosa, ma spiega o per lo meno giustifica la complessità, la fluvialità e le stratificazioni di una commedia che mette in fila quattro generazioni, racconta vite private e collettive, butta l’occhio su alcune vicende italiche e britanniche con citazioni molto sommarie. 

 

Per esempio il ’68, il rapimento Moro, i Beatles con la swinging London, la Thatcher, Tony Blair, inevitabilmente la Regina. Dal racconto affiorano temi anche più astratti, tipo «il bello dell’arte» e «l’arte del bello», oppure l’ecologismo predicato e magari tradito. Per tenere insieme una tale impalcatura Paravidino adotta da regista una gran mole di artifici quali il teatro di marionetta, il cinema, le maschere. Diresti che voglia entrare in un affastellamento post dadaista, ma poi ti accorgi che Woody Allen gli è più vicino, oltre che più congeniale. 

 

E forse capisci perché gli occorrano tre ore per raccontare la presenza/assenza di Emma partendo da Londra, da un’esposizione d’arte, e concludendo nel medesimo luogo, dove è in mostra un ritratto della misteriosa Emma, la quale, sempre evocata, non abbiamo mai modo di vedere, salvo che alla fine, quando lei si prende finalmente la scena e la tiene per una ventina di minuti. 

 

Dunque Emma vive attraverso gli altri. Di lei parlano la madre, che dopo avere abbandonato per stanchezza il marito e due figli, la partorisce quando è ospite di una coppia di amici quanto mai squinternata; la sorella e un fratello in profonda crisi d’identità sessuale; l’amica d’infanzia, che sperava di sfruttare l’intelligenza di Emma, erroneamente considerata dai più una sub normale, salvo poi accorgersi di essere stata lei la sfruttata; l’autrice del ritratto, che Emma, finalmente apparsa, vorrebbe distruggere. Eccetera. 

 

Ci troviamo in una lunga serie di brevi situazioni che si intrecciano e si sciolgono prima di tornare ad intrecciarsi. Presi individualmente, questi sketch non sembrano avere un gran peso, ma sono utili a creare il clima, che è surriscaldato, gridato, tagliente, fulminante di battute. Rientra insomma nel più puro stile Paravidino, che malgrado tutto, malgrado l’ambizione alla saga romanzesca, resta vincolato a quel minimalismo che lo rivelò una ventina di anni fa con la commedia «Due fratelli» premiata con il «Tondelli».  

 

Se questo suo stile, perfezionato in anni di lavoro all’estero, produce in sala un divertimento quasi infallibile, non è detto che possa avere l’efficacia del passepartout. Nel caso di «Il senso della vita di Emma» deflagra in una specie di super cabaret in cui la battuta regna sovrana, ma poi si inceppa nel finale, là dove Emma finisce di essere un pupazzo, esce dalla vita ricostruita per flash-back o per illazioni, smette di essere il mostro (involontario) che avrebbe potuto creare Mary Shelley, e diventa una vera donna. Ecco: è nel passaggio dal romanzo alla realtà che la commedia inciampa, è nel lieto fine che quasi si snatura. Godot è grande perché non arriva mai. 

 

In questo cedimento finisce per diventare secondaria la bravura di Iris Fusetti nel delineare i tormenti, le crisi e la cognizione della vita reale di Emma. E come di conseguenza rimangono inchiodati al cabarettismo rissoso e vociante le interpretazioni pur efficaci di Paravidino, di Eva Cambiale, di Sara Rosa Losilla, di Marianna Folli, di Jacopo Maria Bicocchi, di Giacomo Dossi impegnato in un doppio ruolo e di tutti gli altri, che il pubblico della «prima» applaude generosamente. Direte: e il romanzo? Forse si è ristretto alla misura del couplet. 

Al teatro Gobetti di Torino fino al 18 febbraio.  

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